Report dell’Oxfam sul divario tra ricchi e poveri nel mondo

Dati dell’Oxfam

L’Oxfam ha pubblicato in questi giorni un report che indica ancora una volta la forte disuguaglianza tra ricchi e poveri nel mondo che sembra non finire mai.

Questo report, elaborato su dati raccolti da Credit Suisse, evidenzia che i ricchi sono l’1% della popolazione mondiale con una ricchezza ugiuale a quella del restante 99% .

Questo un quadro allarmante mondiale persiste da tempo.
Secondo i dati l’aumento della ricchezza mondiale (82%) è in pochissime mani. Questi dati sono stati esposti proprio a ridosso del World Economic Forum di Davos.

L’Oxfam ha esaminato il periodo dal marzo 2016 al marzo 2017 e ha potutot constatare che ogni due giorni è nato un nuovo miliardario, e a questo propsito la presidente Oxfam Italia, Maurizia Iachino afferma: “non è sintomo di un’economia fiorente se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità”.

In Italia

Anche in Italia continua a crescere il divario tra i ricchi e i poveri.
Infatti la ricchezza è posseduta per il 66% dai più ricchi (20%) mentre il 60% della popolazione ne possiede il 14,8%.

Per questo l’Italia nel 2016 è stata posta al 20esimo posto sui 28 Paesi europei.

L’Ocse, a ottobre scorso, ha inoltre evidenziato come queste disuguaglianze di reddito siano maggiori sui giovani e le donne, categorie con lavori sempre più precari e che sono sempre più povere.

Demopolis ha eseguito in Italia un’indagine statistica e conferma che questa situazione in Italia è percepito dagli italiani e per il 61% è in crescita. Questi dati sono stati presi dall’ Oxfam e spediti ai candidati premier dell’Italia per prepararsi alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo.

Proposte per il governo

Oxfam ha esposto anche delle proposte al nuovo futuro governo riguardo le tasse, la disoccupazione e la spesa pubblica.

Sulla base dei dati della Ong britannica inoltre è la popolazione femminile la meno considerata nel mondo del lavoro, su scala mondiale.

Perlatro i super ricchi sono in prevalenza uomini: 1 su 10 è una donna. A parte questo per la gente comune c’è sempre un grande divario retributivo tra uomini e donne, le donne infatti guadagnano in media il 23% in meno degli uomini per lo stesso lavoro allo stesso livello. Infine molte volte vi sono condizioni di lavoro che non permettono alle donne di coniugare l’attività professionale con le loro esigenze familiari.

Cosa sono i btp

Per quanto la situazione finanziaria sia mutata negli ultimi anni, e i beni di rifugio non diano le stesse garanzie in termini d’interesse di anni fa, i certificati statali di debito ancora sono una fonte d’investimento da valutare.

Un investimento ancora sicuro

Per quanto siano da anni terminati i tempi in cui il risparmiatore, e investitore, otteneva ottimi tassi d’interessi dai Buoni del tesoro a media e lunga scadenza, a volte sino a successi dell’ordine del 18% con punte anche superiori, anche attualmente investire nei Buoni del Tesoro è una forma d’investimento tutelata, comunque in grado di concedere tassi superiori allo zero o quasi degli interessi maturati dai conti correnti nelle banche italiane.
In questo quadro arido dal punto di vista degli investimenti di piccole o grandi somme, il Buono del Tesoro è sempre stato valutato da piccoli, medi, o grandi investitori con favore e la borsa titoli di stato btp concede ancora quel margine di sicurezza, supportato da relativamente buone somme maturate, soprattutto nei lunghi periodi, per la quale rivolgere un’occhio di riguardo.

Cosa sono i btp?

Il buono del tesoro poliennale (BTP) è un certificato di debito emesso a scaglioni temporali da parte dello Stato italiano la cui scadenza è variabile, nelle aste periodiche vengono precisati i termini di scadenza del credito/debito, superiore in ogni caso all’anno solare, quindi in tagli comunemente emessi in dodici mesi, ventiquattro, trentasei e quarantotto mesi, se non anche superiori nella scadenza all’interno delle valutazioni riferite alla borsa titoli di stato btp.
Ovviamente tanto maggiore sarà il termine di scadenza in proporzione sarà maggiore l’interesse maturato: una forma d’investimento basata sulla fiducia da parte del risparmiatore nei confronti dello Stato il quale, attraverso le periodiche aste finanziarie, determina la raccolta di denaro liquido necessario per svolgere parte della sua attività governativa.

L’inflazione come indicizzazione

L’emissione periodica sul Mercato generale dei titoli di Stato avviene seguendo criteri riferiti all’infalzione determinata nel momento dell’emissione, un valore che necessariamente deve venire incontro sia allo Stato (in passato i tassi d’interessi erano eccessivamente superiori alla stessa inflazione), sia al risparmiatore/investitore, una forma di tutela reciproca studiata all’intenro di particolari sedi di studio dei flussi monetari riferiti agli andamenti generali.
Ovviamente la stabilità monetaria è un’ottima base per la quale concepire tassi d’interesse equilibrati riferiti alle varie tipologie in cui ricercare le diverse opzioni concesse dalla borsa titoli di stato btp.
Tendenzialmente sono due: i BTP€i, riferiti alle inflazioni comuni della zona euro, e i BTP Italia, specifici per lo Stato italiano. Sul web, così come sugli organi appositi dedicati alla finanza, sono regolarmente pubblicizzate i periodi d’asta e i tassi d’interesse prefissati nel momento dell’emissione dei certificati di debito.

Come aprire un conto offshore

Aprire un conto corrente bancario offshore segreto all’estero è lecito, tuttavia bisogna fare attenzione ad lacuni vincoli legali voluti dal legislatore per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio.

I Paesi in cui aprire un conto offshore

I conti offshore sono conti correnti segreti aperti in particolari Paesi che tutelano la privacy dei correntisti con una legislazione ad hoc. Il termine offshore indica una località situata in mare a distanza dalla costa. Gli Stati in cui è possibile aprire un conto corrente bancario offshore, infatti, sono spesso isole, come le Cayman e Antigua. Esistono Stati di questo tipo anche sulla terra ferma. I più noti sono il Lichtenstein, la Svizzera (che da alcuni anni ha iniziato però ad aprire le strette maglie della sua segretezza bancaria) e il Principato di Monaco.

La segretezza del conto offshore

La legge italiana non vieta di aprire un conto corrente bancario offshore, dunque questa attività non è illecita. Tuttavia è illecito tenere le autorità italiane all’oscuro dell’esistenza di un conto offshore. Qualunque conto corrente estero che abbia una giacenza media di denaro di almeno 5.000 deve essere segnalato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi. Inoltre devono essere segnalati quei conti che abbiano una giacenza media inferiore ai 5.000 euro, ma che abbiano avuto depositata per un breve periodo una somma superiore ai 15.000 euro. Tale obbligo è dettato sia da ragioni tributarie (sui conti esteri va pagata una tassa fissa denominata Ivafe) sia dalla volontà dello Stato di combattere evasione fiscale e riciclaggio. Dunque solo i privati possono essere tenuti all’oscuro dell’esistenza di un conto offshore.

Depositare il denaro in un conto offshore

Una volta individuato il Paese in cui aprire un conto corrente bancario offshore bisogna portare il denaro dall’Italia. Non sussistono problemi se il denaro viene depositato nel conto estero tramite un bonifico perché le attività bancarie sono tracciate. Qualora si scelga invece di portare il denaro a mano nel Paese in cui è stato aperto il conto offshore si deve adempiere un obbligo di comunicazione. Per somme uguali o superiori ai 9.999,99 euro c’è l’obbligo di informare le autorità competenti che si trasporta all’estero la somma di denaro. Bisogna inoltre precisare quale sia la provenienza di quella somma e cosa si intenda farne all’estero.

Gli interessi sul conto offshore

Si può decidere di aprire un conto corrente bancario offshore per svariati motivi. Uno di questi è certamente la possibilità di percepire interessi più alti di quelli che si otterrebbero lasciando i soldi su un conto italiano. È bene ricordare che gli interessi maturati all’estero vanno indicati nella dichiarazione dei redditi italiana e le tasse su quegli interessi devono essere pagate in Italia.

Che fine ha fatto il bonus di 80 euro in busta paga?

Vi ricordate il fatidico buono da 80 euro in busta paga di Renzi?
Ecco ora qualcuno di coloro che lo hanno ricevuto lo deve restituire.

Il bonus spettava a coloro che avevano redditi complessivi  tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi all’anno.

Anche quest’anno è previsto questo bonus da 80 euro in busta paga, ma si deve fare attenzione poichè molti lavoratori lo dovranno ridare allo Stato tutto o in parte.

ll bonus Irpef spetta ai lavoratori dipendenti e a chi ha redditi assimilati da lavoro dipendente come i soci delle cooperative, o ancora i disoccupati che percepiscono indennità di disoccupazione, lavoratori in mobilità e quelli in cassa integrazione,  titolari di borse di studio e titolari di assegni di formazione professionale, e ancora i collaboratori coordinati e continuativi e chi lavora a   progetto, i lavoratori dei lavori socialmente utili.

Il bonus spetta a chi ha dei redditi complessivi  tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi e annui. Dato che l’assegnazione  del bonus   viene però fatta basandosi  solo sulla busta paga all’inizio molti italiani rientrano in questa fascia. Ma, si parla di redditi complessivi e,se poi con la dichiarazione dei redditi viene fuori che una persona magari percepisce altri redditi come ad esempio l’affitto di una abitazione, o se ha un secondo lavoro o redditi da terreni ecc  e va a superare la soglia deve  ridare allo stato il bonus ricevuto.

Inoltre chi non ha reddito ovvero è sotto gli 8000 euro che entrano nell’area in cui non si pagano tasse non  ha diritto a questo bonus che   è nato proprio per ovviare a un esagerato prelievo fiscale .

Quindi alla fine questo bonus sembra venga dato a un alto numero di persone, ma in realtà viene dato solo a coloro che effettivamente rientrano nella fascia di reddito indicata e quindi chi la supera dopo ulteriori verifiche deve ridare gli 80 euro allo stato che comunque sono solo una briciola nel mare dei debiti.

 

Cosa sono e come funzionano i fondi Azimut

I fondi Azimut sono fondi comuni di investimento, che fanno parte di società lussemburghesi e possedute da società italiane.
Sembra che oggi il 70% dei fondi comuni d’investimento   in Italia siano domiciliati all’estero .
Spesso infatti le società di gestione,   sono  possedute  da società italiane e questi fondi sono detti anche round-trip. Si vedano ad esempio i fondi Azimut, di una società con venditori   molto attivi e articoli   elogiativi che vengono pubblicati sulla stampa italiana.

Infatti negli ultimi anni la gestione di alcuni fondi è stata spostata fuori confine per sfuggire alla normativa di trasparenza e  limiti riguardo le  commissioni. Invece in Lussemburgo,  è lecito ad esempio prendere dal gestore come commissione su un fondo anche il 20% di quanto questo è salito . È la  commissione di incentivo o  performance, ed è in pratica una trappola legale che serve a derubare  i patrimoni e i capitali dei clienti. Se la Borsa in un mese sale del 10%  il gestore di fondi Azimut ad esempio si prende un  premio, che però non restituisce  il mese dopo se il fondo riscende.

Per questo   l’organo di controllo ovvero la consob ha ammonito proprio per questi motivi che la vendita dei fondi comuni non deve avere come base solo il  “mero vantaggio economico per l’intermediario”, ma  invece deve andare a “soddisfare prioritariamente gli interessi dei clienti”.
Questo viene letto come riferimento sottointeso a tutti quei fondi esteri come Azimut, ma ugualmente vale per  Mediolanum e Banca Generali, dato che ultimamente hanno ottenuti grandi guadagni con le commissioni d’incentivo in fondi estero-vestiti.

Sulle commissioni d’incentivo ci sarebbe da dire molto, in primis sono  applicate spesso in modo ingiusto.   Viene  scaricata sui clienti a  cui in realtà non toccherebbe.
Si chiamano  commissioni d’incentivo, ovvero una tassa   sul risparmio ma i soldi  stavolta non vanno allo Stato bensì a società private di gestione crediti e banche. Basti pensare che solo nei primi tre mesi del 2015 gli italiani hanno pagato più di 400 milioni di performance free che sono stati  incassati dalle varie società come  Anima, ancora Azimut, e poi Banca Generali e Mediolanum, i principali quattro marchi che riguardano il risparmio gestito che sono quotati in Borsa.

Dai bilanci,si evince che  sono proprio le commissioni d’incentivo che portano guadagno a tali società. Difatti senza questi incassi  le società di gestione non avrebbero così tanto utile. Ad esempio per Mediolanum,  le performance fee sono valse  132 milioni dei 137 milioni trimestrali. Azimut su 128 milioni di utile ha guadaganto 100 milioni solo in premi di rendimento .  Banca Generali  indica come incentivo 72 milioni su  93 milioni totali.

In conclusione  l’industria del risparmio gestito è spesso strutturata  per fare guadagnare le compagnie di gestione e quindi fate bene attenzione quando dovete investire in fondi.

L’educazione finanziaria come materia scolastica

L’educazione finanziaria come materia scolastica negli Stati uniti è di nuovo all’ordine del giorno.  L’educazione finanziaria – da iniziare in età precoce e continuare nella vita attiva – porterà ad una alfabetizzazione finanziaria, che a sua volta porta ad un buon comportamento finanziario e a un miglioramento del benessere per gli individui e le famiglie.

In altre parole, essere finanziariamente letterato farebbe meglio. Ma è  troppo semplice, ed è l’educazione sufficiente da sola a proteggere i cittadini nel mercato finanziario di oggi?

Le recenti crisi hanno rivelato che il settore finanziario è molto complesso e  uno ha bisogno di un particolare insieme di competenze per navigare al suo interno. Diverse indagini condotte dopo la crisi hanno dimostrato che il livello di alfabetizzazione finanziaria dei cittadini è generalmente molto basso, anche tra quelli più direttamente colpiti dalla crisi finanziaria. Questa ignoranza di finanza non sorprende data la complessità dei moderni mercati finanziari e dei prodotti. La crisi finanziaria ha tuttavia fornito un’ottima motivazione per i cittadini per diventare più coinvolti nella regolazione finanziaria: con più comprensione di come funziona il sistema, essi possono esercitare un’influenza e contribuire a cambiarlo.

Di conseguenza si evince come oggi l’analfabetismo finanziario è un problema serio anche nei paesi più sviluppati come gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa.

Negli Stati Uniti, uno studio del 2015 fatto dal regolatore finanziario FINRA ha concluso che i cittadini americani di solito hanno “difficoltà ad applicare capacità decisionali finanziari a situazioni di vita reale”, e quasi due terzi non hanno passato  un test di base di alfabetizzazione finanziaria.   Lo studio ha esaminato varie situazioni finanziare in cui si può incorrere nella vita quotidiana e da risolvere ovvero come sbarcare il lunario,la pianificazione, la gestione di prodotti finanziari, varie conoscenze finanziarie e il processo decisionale.

I risultati sono sorprendenti poiché i cittadini americani in teoria dovrebbero essere  abituati  a prendersi cura autonomamente delle loro finanze personali e hanno generalmente più voglia di giocare sul mercato azionario quindi avrebbero dovuto rispondere in modo più preciso riguardo la materia finanziaria.

Un sondaggio internazionale di alfabetizzazione finanziaria pubblicato dall’OCSE / INFE Indagine Internazionale di adulti Financial Literacy competenze, del 12 ottobre 2016  ha trovato che i livelli complessivi di alfabetizzazione finanziaria in 30 paesi sono stati “relativamente bassi”, con particolari carenze della capacità delle persone di comprendere concetti come ad esempio l’interesse composto e i vantaggi della diversificazione. Il punteggio medio in tutti i paesi e le economie partecipanti era 13,2 (su un massimo di 21), e il 13,7 tra i paesi OCSE.

Ricorso contro la riforma delle banche popolari

Come molti sapranno, diverse Banche italiane negli ultimi mesi sono arrivate al collasso e tra queste anche delle banche popolari come ad esempio la Popolare di Vicenza.
Per questo motivo, la legge sulla riforma riguardo le banche popolari, voluta dal governo Renzi verrà rinviata alla Corte Costituzionale dato che presenta degli aspetti di parziale incostituzionalità , infatti dava la possibilità di rinviare o di sospendere il rimborso per il diritto di recesso dei vari soci della banca quando questa si fosse trasformata in una spa dato che le banche popolari hanno invece lo statuto di cooperative sociali.

Quindi a dicembre il Consiglio di Stato ha emesso un’ordinanza che ha sospeso la circolare della Banca d’Italia datata dicembre 2013 che attuava tale riforma, ma solo per quel che riguarda il diritto di recesso dei soci. L’ordinanza ha fatto scalpore, ma la decisione dei giudici amministrativi prosegue . Infatti ad oggi una gran parte delle maggiori banche popolari con patrimonio superiore agli 8 miliardi, per la precisione, avrebbe infatti già deliberato la propria trasformazione in spa.

E questo problema sorge anche per quelle banche che stanno deliberando ora o che hanno già chiuso il recesso o dove è ancora in corso.

Francesco Saverio Marino, che è uno dei legali i quali hanno proposto il ricorso dice che “in teoria i soci delle banche che hanno aderito al recesso e non hanno visto soddisfatta la richiesta di rimborso potrebbero fare azione legale per ottenere il pagamento».

Quindi viene in particolare sospesa la parte della circolare 285 emessa dalla Banca d’Italia che è quella che da agli organi della banca interessata al recesso in realtà il potere di decisione sull’esclusione dal rimborso dei soci , creando in questo modo una sorta di conflitto di interesse.

La clausola incriminata dello statuto è quella in pratica con cui si prevede «la facoltà di limitare o rinviare, in tutto o in parte, e senza limiti di tempo, il rimborso delle azioni del socio uscente».
A questo punto e in questa situazione ci sono stati numerosi ricorsi contro la legge di riforma delle banche popolari e in particolare da parte di associazioni dei consumatori.

Questi ricorsi infatti in prima istanza erano stati respinti dal Tar, ma adesso il Consiglio di Stato grazie a questa modifica ha riconosciuto la ragione della parte interessata per il recesso, unificando tanti ricorsi in un’unica sola decisione.

Economia e finanza

Se si parla di economia e finanza, troppo spesso si parla di argomenti noiosi che risultano essere in grado di arrecare solo ed esclusivamente quella sensazione di poca soddisfazione quando si affrontano gli stessi argomenti.
Bisogna cercare ovviamente di puntare al massimo livello di soddisfazione grazie a questo particolare tipo di scienze, le quali saranno in grado di garantire un livello culturale che non deve mai e poi mai essere sottovalutato, passaggio che troppo spesso si compie in una maniera che risulta essere poco piacevole.
Si deve invece cercare di studiare al massimo questi due particolari elementi in maniera tale che, la propria vita, possa essere vissuta in maniera piacevole e priva di ogni tipologia di conseguenza negativa che potrebbe essere tutt’altro che piacevole da affrontare.
Sarà quindi molto importante cercare di toccare con mano quella sensazione di soddisfazione che, effettivamente, potrà essere ottenuta quando si parla di questi due argomenti particolari, i quali devono essere sempre posti in primo luogo senza alcuna ombra di dubbio.
Si dovrà evitare di sottovalutare la potenza di questi argomenti che fanno parte della vita di tutti i giorni di una persona, senza alcun tipo di conseguenza negativa.

Come ci si informa

Informarsi su questi particolari argomenti risulta essere un compito meno arduo di quanto si possa immaginare.
Esso è infatti un concetto che risulta essere piacevole da sfruttare: grazie a dei particolari corsi sarà possibile poter riuscire ad ottenere il massimo livello di cultura senza che vi possano essere complicazioni di ogni genere quando si studiano argomenti che riguardano l’economia e la finanza.
Sarà quindi importante cercare di ottenere il livello di soddisfazione, cosa che non si deve assolutamente mettere da parte: con questi particolari corsi di potrà ottenere il massimo livello di soddisfazione senza alcuna complicazione e senza che vi possano essere delle complicazioni tutt’altro che piacevoli da vivere in prima persona.
Pertanto, coi corsi di economia e finanza, i risultati positivi non verranno di certo a mancare.

A cosa servono questi corsi

Questi corsi permettono di avere un livello culturale che non deve essere assolutamente sottovalutato, visto che esso potrà essere applicato in diversi campi che garantiranno la possibilità di poter far parte della vita tutti i giorni, senza che vi possano essere delle complicazioni tutt’altro che piacevoli.
Sarà possibile evitare di vivere momenti poco piacevoli che, effettivamente, non vengono vissuti nel pieno delle proprie energie.
Grazie ad economia e finanza sarà possibile poter ottenere un successo unico sotto ogni aspetto e soprattutto senza che vi possano essere delle delusioni sempre presenti.

Istat: le famiglie italiane sono sempre più a rischio povertà

Stando ai dati diffusi dall’ISTAT, pare proprio che le famiglie italiane siano sempre più a rischio povertà. I dati sono a dir poco allarmanti: 17,5 milioni di persone sono a rischio povertà. In buona sostanza, si tratta del 28,7% dell’intera popolazione. Il tasso è destinato a salire se si prendono in analisi le famiglie con i figli. In questo caso specifico, la percentuale arriva addirittura al 48,3%. Il dato, tra l’altro, è in crescita rispetto al 39,4% dello scorso anno. Le diseguaglianze, poi, fanno preoccupare non poco. La forbice, infatti, si allarga notevolmente. I redditi dei ricchi sono sempre più consistenti ed i ceti sociali sembrano polarizzarsi sempre di più. In media, il reddito è di circa 2.000 euro al mese. Il dato si abbassa se si prendono in considerazione solo le regioni del Sud. In questo casi, infatti, si arriva addirittura a circa 20.000 euro all’anno. Le differenze territoriali, pertanto, rimangono decisamente significative.

Anche per quanto riguarda il rischio povertà, ad essere più in pericolo sono le famiglie del Sud. A seguire troviamo il Centro e sul gradino più basso il Nord. la risposta alla crisi da parte dei giovani è palese: cresce, infatti, il numero dei laureati al di sotto dei 25 anni che decide di lasciare il Paese nella speranza di poter trovare fortuna all’estero o, comunque, di dare un senso al proprio percorso di studi. Sono moltissimi, dunque, i giovani che decidono di lasciare la propria patria. A tale riguardo, è interessante tenere presente che a voler lasciare il Paese nell’ultimo periodo non sono solo i laureati ma anche tutti coloro che sono in possesso di un titolo di studio più basso. Tra le destinazioni preferite ci sono il Regno Unito, la Germania e la Svizzera.

La fotografia dell’ISTAT è decisamente molto preoccupante e deve mettere in allarme. Il fatto che la situazione sia ancora più preoccupante al Sud, poi, lascia pensare che sono ancora molti i percorsi da avviare per fare in modo che l’Italia non viaggi più a due velocità. Per quanto riguarda, invece, il fenomeno della cosiddetta figa dei cervelli, è davvero complesso riuscire a mettere in moto un meccanismo contrario. L’unico modo per trattenere i giovani in Italia è creare lavoro ma, purtroppo, sono proprio gli under 35 a pagare il prezzo più alto della crisi. Sono proprio loro a dover fare i conti con lavori precari e, nel peggiore dei casi, con la disoccupazione. Insomma, a questo punto non resta altro da fare che sperare in un piano salvifico da parte del prossimo governo. L’attuale crisi di governo di certo non gioverà alla stabilità e, pertanto, è necessario che in tempi rapidi si possa tornare nuovamente a parlare di lavoro, di crescita e di sviluppo del Paese in modo tale da accendere nuovamente i riflettori su questioni cruciali per il futuro di tutti gli italiani.

Comunicazione Finanziaria in Digital Reality

In Svizzera vengono effettuati dei corsi post-laurea “CAS Digital Finance” sulle comunicazioni digitali.

Felix Hauser ha riassunto una piccola parte in un post :

Questo documento dimostra che ancora oggi, la maggior parte delle istituzioni finanziarie (sia banche stabilite e start-up Fintech) sul discorso passato dei clienti “fornisce semplici suggerimenti e trucchi per l’uso ottimale della comunicazione digitale”.

Il fatto è che oggi il 94% delle persone con un reddito di CHF on-line sono regolarmente in Svizzera . Qui l’accesso avviene per il 74% tramite il loro dispositivo mobile su pagine Web (ogni secondo una famiglia ha un tablet).

Se guardiamo il social media, allora si vede che oltre 3 milioni di utenti svizzeri di Facebook e Twitter sono in aumento.

Queste cifre dimostrano che i canali online (e tutti i canali di telefonia mobile di cui sopra) sono di fondamentale importanza per le aziende in quasi tutti i settori. Diamo un’occhiata a questo esempio, l’industria dei viaggi:

In precedenza si usava ancora l’agenzia di viaggi locale nel centro per effettuare l’organizzazione del viaggio. Le piattaforme di confronto oggi dominano come Skyscanner ogni volo di mercato e quasi nessuno opta per un viaggio senza aver consultato tali siti precedentemente recensiti di TripAdvisor.

I blog fanno qui anche spesso un passo avanti e danno una informazione decentrata piuttosto che siti di insediamento, critica o recensione centralizzati tramite le loro reti sociali via Facebook etc.

Ma questo riguarda anche la situazione nel settore finanziario? Ha fatto intendere le istituzioni finanziarie per regolare la loro comunicazione questa nuova realtà digitale?

Numerosi istituti hanno certamente fatto notevoli progressi nella comunicazione digitale negli ultimi anni e sono ormai ben posizionati. Sebbene le banche e le compagnie di assicurazione siano digitalizzate, sembra ancora oggi sia il motto “di stampa, stampa, stampa” a prevalere.

E se si prendono le comunicazioni on-line un po ‘più da vicino, si vede che tutti i siti troppo spesso sono lenti (o non sono accessibili solo via Cellulare), hanno URL criptici e non sono ottimizzati per i motori di ricerca come Google , per cui c’è ancora più da recuperare da molte istituzioni finanziarie nei social media, il cui potenziale non è adeguatamente utilizzato da molte banche.